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Subiaco

"Ha voce in capitolo"….questa espressione che abbiamo sentito chissà quante volte ci porta dritti al 20171119_113617meravigioso convento del Sacro Speco a Subiaco dove il quindicenne San Benedetto da Norcia si stabili' nel suo eremitaggio. Qui nasce l'idea benedettina e il bellissimo quanto mistico monastero che venne eretto per celebrarlo. Ed è proprio qua che esisteva il "Capitolo", uno stanzone dove si riunivano i monaci per prendere decisioni, ma solo i più anziani potevano parlare e da questo l'espressione… Ma al di la' di tutto, questa zona è una vera meraviglia, ricca di boschi e di natura, con l'Aniene che passa nella valle ed è completamente immersa nel Parco Naturale Regionale dei Monti Simbruini, l'area protetta più estesa del Lazio. Lungo la strada che dai Monasteri conduce a Subiaco sono visibili i resti della Villa di Nerone, altro grande estimatore della zona e che nel 54 d.C. fece costruire in questo luogo boscoso, fresco e ricco di acque la sua villa di caccia. Fece anche formare, con appositi sbarramenti del fiume Aniene, tre piccoli laghi artificiali.

Lazio,Ariccia: Porchetta

A pochi passi da Roma, nella zona dei castelli romani e lungo quella antica via Appia che da Roma arriva a Brindisi, c’è la cittadina di Ariccia.  Anche se non ci sono certezze su questa ipotesi,  si pensa che la cittadina, sia stata fondata ben prima di Roma e forse a quelle lontane epoche lontane risale anche la nascita della porchetta. Esistono infatti fonti storiche che fanno risalire la nascita della porchetta di Ariccia al popolo dei Prisci (o Prischi) Latini, che festeggiavano la nascita della Lega Latina con una festa annuale in cui i sacerdoti offrivano in sacrificio suini al Dio Marte. A quel tempo i maiali venivano allevati allo stato brado ma c'erano anche numerosi cinghiali che vivevano nei boschi di castagni e querce che circondavano la zona dove c'era il tempio di Giove Laziale, sul Monte Cavo. Pare che fosse il piatto preferito dell’imperatore Nerone, famoso per il palato raffinato e per i sontuosi banchetti.

festa dei morti ( parte2)

Proseguiamo il nostro tour delle tradizioni legate al culto dei defunti che tra il sacro e il profano caratterizzano le varie regioni d'Italia. In alcune zone della Lombardia, la notte tra l'1 e il 2 novembre si usa ancora mettere in cucina una caraffa di acqua perché i morti possano dissetarsi. Un dolce tipico del periodo sono i Meini dei morti, biscotti preparati con ingredienti semplici, il cui ingrediente base è  la farina di mais. Non sono molto conosciuti fuori dal territorio lombardo ma sono di una bontà senza eguali. I Meini venivano preparati in origine solo a Lodi  il 23 aprile, giorno dedicato a San Giorgio, ma sono stati adottati dai fornai di tutta la regione. Il loro nome deriva da miglio, utilizzato per fare il pane e venne successivamente trasformata in ricetta dolce, da questo pan de mej. Pan meino o pammeino, panigada, pan dei poveri, pan melghino… sono tutti i nomi con cui si propone il pane dolce tipico della Lombardia.

Festa dei morti (prima parte)

 

In Italia fin dai tempi delle popolazioni preromane si ricordano gli antenati con riti che sono un misto di sacro e profano. Era uso diffuso, in questo periodo, accendere falò intorno ai quali si danzava e si mangiava, vestiti da angeli, diavoli o santi tutti uniti in questa celebrazione festosa, magica e un pò esorcistica.fucacoste-orsara-di-puglia

La chiesa cattolica, che faceva fatica a sradicare gli usi pagani, spostò la data della celebrazione di Ognissanti dal 13 maggio al 1°novembre. Successivamente fu istituita la commemorazione dei morti il 2 novembre. Peraltro questa data sembrerebbe riferirsi all’inizio del diluvio universale, dal racconto di Mosè e la genesi, nel "diciassettesimo giorno del secondo mese" per cui si voleva esorcizzare la paura del ripetersi di eventi simili.

In data del tutto identica anche gli antichi celti avevano “la notte di Samhain”, la notte di tutti i morti e di tutte le anime, che si festeggiava tra il 31 ottobre e il 1° novembre da cui trae origine la americana notte di Halloween ma siamo sicuri che le zucche a mo' di cranio sia un invenzione loro?

il giorno dei morti raccontato da Camilleri

ANDREA CAMILLERI CI RACCONTA: "IL GIORNO DEI MORTI!"

"Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.
Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.
I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo.
Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine. Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire."
Bei ricordi di bambino… per questo motivo le scuole chiudevano… perché la visita ai nostri morti era sacra!

Tratto da Andrea Camilleri International Fan Club


 

Campania. Gnocchi alla sorrentina

Eh lo so, avete appena visto la foto della mozzarella filante e v'è venuta un po' d'acquolina in bocca come del resto a me che sto scrivendo. Nel precedente articolo abbiamo parlato dei vari tipi di  gnocchi, di quelli comunemente conosciuti e di  altri tipi che si differenziano e per lavorazione e per materia prima utilizzata. A Napoli assumono nomi diversi in funzione di come vengono lavorati e della tecnica di incavatura, infatti possono essere  incavati solo con l’indice o solo con il medio o con due dita o con la  la forchetta; quindi abbiamo gli  strangulaprieviti i  cazzamarri o gli gnocchi.

Gli gnocchi alla sorrentina sono un classico della tradizione campana, il classico piatto della domenica a pranzo ed un piatto che viene apprezzato da tutti, grandi e bambini e non ultimo dalle casalinghe per una sua certa versatilità.

 Il piatto consiste in gnocchi di patate conditi con un sugo fresco di pomodoro, insaporito con basilico, e con l'aggiunta di mozzarella, ovviamente, campana. Ne esistono più versioni ma, essenzialmente, c'è chi predilige la versione con la mozzarella sciolta in padella e chi li prepara al forno, devo dire una bella lotta…

Cucina molisana

Ci è capitato di andare ad Agnone, il paese delle campane e della Ndocciata di Natale, una tradizione antichissima che risale ai sanniti e al loro uso di usare le Ndocce, grandissimi torce per illuminare il cammino negli spostamenti tribali. Oggi andiamo alla ricerca della tradizione agroalimentare di questa regione che non è in prima fila sul palcoscenico e, proprio per questo, risulta una piacevolissima scoperta, stiamo parlando del Molise.  

Dopo la Valle d’ Aosta  è la più piccola regione italiana, ha una posizione geografica molto particolare che si riflette, inevitabilmente, anche sulla sua cucina robusta e ricca, fatta di sapori ancora autentici, strettamente imparentata con quella abruzzese.

Le preparazioni tipiche della Santa Pasqua (terza parte)

'pizza chiena'a1

Non è il Tortano nè il Casatiello, è la pizza piena, in dialetto 'pizza chiena', che richiama la tradizione pasquale contadina del sud Italia. Come si può immaginare dal nome, si tratta di una torta rustica, cotta in forno, che richiede un ripieno ricco e alto almeno 6 o 7 centimetri, a cui fa da contenitore un impasto lievitato, simile a quello della pizza.  La cosa importante è l'altezza: la pizza chiena è alta e l'altezza è all'80% costituita dal ripieno, non dalla pasta di pane che sarà sottile quanto basta per fare da contenitore. In origine era il piatto del giorno di festa della cucina contadina, quando le donne si riunivano per impastarla tutte insieme e si mettevano poi in fila per cuocerla nel forno a legna. Dentro ci finisce tutto o quasi tutto quello che “avanza” anche se in tempi moderni viene preparata prima e dunque non certo con gli “scarti”. 

Le preparazioni tipiche della Santa Pasqua (seconda parte)

Continuando la passeggiata per le regioni d'Italia alla scoperta delle preparazioni tradizionali della Santa Pasqua …..

La Pasimata della Garfagnana.Si tratta di uno dei dolci tradizionali del periodo Pasquale in Garfagnana e Valle del Serchio. La ricetta originale sembra risalire al 1621, quando la Confraternita Del Santissimo Sacramento di Castiglione di Garfagnana ne stabilì la distribuzione a tutti i confratelli.

Le preparazioni tipiche della Santa Pasqua (prima parte)

pasquaLa Pasqua è la festività che celebra, secondo tutte le confessioni cristiane, la resurrezione di Gesù, avvenuta il terzo giorno dalla sua morte in croce; ma se andiamo oltre l'aspetto religioso, la simbologia è quella della speranza che al buio si possa sempre contrapporre la luce, al freddo e alla stasi dell'inverno il risveglio e il tepore della primavera. La presenza in ogni menù pasquale delle uova e dell’agnello è certamente legata  alla tradizione religiosa: dall'antichità e secondo riti ancestrali, le uova sono simbolo di vita e di fecondità, e in genere venivano consumate proprio per celebrare l’arrivo della primavera, come metafora della rinascita di una nuova vita. In seguito i primi Cristiani trasposero questa tradizione associandola alla rinascita di Cristo: l’uovo è diventato così simbolo della Resurrezione. Da allora la Chiesa ha diffuso la tradizione di distribuire tra i fedeli ceste di uova benedette, e l’uovo è diventato parte integrante delle tradizioni cristiane legate alla Pasqua. Da  quelle utilizzate in torte salate o nei dolci a quelle di cioccolato, l’uovo è protagonista assoluto dei più tradizionali menù pasquali tipici italiani, insieme all’agnello, che ricorda appunto sotto il profilo religioso il sacrificio di Cristo, che diventa “agnello di Dio”.