Category Archives: Parliamo di cibo

DSC_0780

Salento: scapece gallipolina

 

scapeceQuesto piatto ebbe  origine nel periodo in cui Gallipoli, città marinara, era costretta a subire gli assedi da parte degli ottomani.

grano arso

Puglia: pasta di grano arso

grano arsoAndando a Matera ho scoperto un prodotto che  intriga  per il gusto , ma  ancora di più per la storia che ha alle spalle. C’è  una tipologia di pasta che è veramente una eccellenza lucana e pugliese :la pasta di grano arso. Le sue origini risalgono alle epoche in cui i ricchi proprietari terrieri  facevano bruciare le stoppie dopo la mietitura e davano ai contadini la possibilità di raccogliere quanto sopravviveva.8-Interno-di-casa-contadina-nel-dopoguerra

Dunque i più poveri  facevano la pasta con farina prodotta da quei pochi chicchi abbrustoliti che, però, dava dei sapori assolutamente inimitabili. Il gusto ha ovviamente sentori di tostato e affumicato che caratterizzano i prodotti da quella farina,sia pasta, taralli ,pane o quant'altro. Normalmente , viste le sue spiccate caratteristiche gusto-olfattive, non viene usata in purezza ma miscelata.

  Oggi nessuno potrebbe pensare di riprodurre le condizioni da cui tradizionalmente nasceva il grano arso, in compenso alcuni produttori producono pasta e farina di questo tipo partendo da grano tostato,  un prodotto di nicchia assai apprezzato nella cucina più raffinata.


 

dsc_0105

Emilia Romagna,Parma:cappello di prete

cappello-di-prete

 

Il cappello del prete è un prodotto di antica origine poco conosciuto al di fuori della zona di produzione ovvero la bassa parmense e piacentina dove è però riconosciuto come Prodotto Agroalimentare Tradizionale. La sua preparazione era già diffusa nella tradizione della norcineria del Cinquecento, quando in Emilia veniva preparato per essere consumato durante il Carnevale o le festività pasquali.

Il cappello del prete prende il suo nome dal copricapo dei sacerdoti che con la sua forma triangolare ricorda in qualche maniera, ma anche dal taglio di carne che ha in gergo la stessa dicitura.

La carne utilizzata per la preparazione del cappello del prete viene della spalla del maiale. Il procedimento per preparare questo insaccato è abbastanza particolare:  la spalla viene prima disossata, quindi si prosegue togliendo i muscoli del fiocco della spalla e della scapola dalla cotenna preservandola accuratamente perché dovrà essere utilizzata come rivestimento esterno.

La carne così preparata viene quindi salata e speziata con erbe aromatiche e con pepe in grani,  quindi viene inserita nella cotenna lasciando il tutto a riposo un paio di giorni per permettere  alla concia di penetrare interamente nei muscoli. Terminata la fase della salatura, la cotenna viene cucita all'estremità  poi, per tenere il tutto compresso ed eliminare aria che potrebbe creare adulterazioni del prodotto, si mettono 2 stecche di legno longitudinalmente lungo il lati, una sopra e una sotto, si comprime il tutto e si appende a stagionare. Questa fase dura normalmente da due settimane minimo a  sei mesi al massimo durante il quale si arriva a un soddisfacente grado di asciugatura.

Arriviamo finalmente alla cottura che deve essere effettuata dopo aver ammorbidito la cotenna lasciando il cappello di prete una decina di ore in acqua, e poi si cuoce con una bollitura lenta di non meno di quattro ore. Successivamente lo si taglia a fette un pò spessotte accompagnandole con lenticchie o un buon purè di patate . Va accompagnato con un Lambrusco, un Gutturnio o un buon Sangiovese.


 

Immagine17

Salumi

 

Immagine17salumi

Iniziamo il nostro piccolo tour dei salumi

a5

L’albicocca

Intorno al 70 a.C. il generale Romano Lucio Licinio Lucullo, di ritorno da una campagna militare tenuta in a (2)Asia, porto nelle terre romane quello che allora veniva chiamato “melo d’Armenia” e che oggi conosciamo col nome di Albicocco. Lucullo, oltre alle indiscusse qualità militari era famoso per essere una buona forchetta. Non stupisce quindi il sapere che fu proprio lui a rendere disponibile nelle nostre tavole un frutto così gustoso e particolare.

Torino:Il Vermouth

Il VermouthO0000203

Per risalire alle origini di questo liquore, bisogna tornare all'epoca romana e al vino di assenzio: i romani infatti amavano bere una miscela di vino, assenzio, incenso, nardo e mirra, che potrebbe vagamente assomigliare al piemontesissimo vermouth.

cardo 2

Cardo

 

Il cardo è una pianta rustica molto diffusa sul nostro territorio, tanto comune che sicuramente l’avete vista durante qualche passeggiata in campagna. Questo ortaggio preferisce il freddo e si trova fresco da novembre a febbraio. 

Il cardo non è un ortaggio molto amato. La sua spinosità già richiamata nell’etimologia (greca, poi riformulata in “cardum” dai romani), assieme alla consistenza dura e al sapore piuttosto amaro hanno reso difficile renderlo noto fuori dai confini (prettamente regionali) di appassionati estimatori.

Eppure, il cardo è stato recentemente riscoperto e ricercato in cucina, soprattutto se addolcito nei suoi tratti con una coltivazione (“imbiancamento”) che avviene lontana dall’esposizione solare (addirittura sotto il terreno) fino al momento della raccolta.

cardo

Ne esistono moltissime varietà e viene considerata da molti una verdura in qualche maniera minore. In effetti è  difficoltosa da coltivare perché a un certo stato di accrescimento si inclina la pianta per aumentare la parte commestibile che deve essere chiara, croccante ma non legnosa.

 

Ha la grossa dote di avere pochissime calorie e dare sazietà con poco volume…

L’altra grossa dote è il sapore: una via di mezzo tra carciofo e sedano che risulta molto intrigante. 

2

Pasta

1

La Pasta

Mangiamaccaroni, cosi venivano chiamati gli emigranti italiani per la loro abitudine di cibarsi di pasta. I più malevoli parlano di importazione della pasta dalla Cina a opera di Marco Polo , ma questa tesi è smentita da vari scritti che testimoniano l’uso di pasta già nell’antica Roma. 

Immagine6

Cicerone parla di Lagana, ovvero delle fettucce di farina impastata con acqua tagliate in strisce, un po’ come delle grosse tagliatelle. Dalla parola romana lagana si pensa derivi l’odierna lasagna.

In realtà , tracce dell’uso alimentare della pasta le troviamo  anche in civiltà precedenti, come per esempio gli etruschi che, in una tomba di Cerveteri, raffigurano una spianatoia, un matterello e un attrezzo per tagliare la pasta a testimoniare un uso comune di questo alimento. In effetti, si trovano sin dalla preistoria delle tracce di un impasto di farina e acqua seccato per renderne più lunga possibile la conservazione. Questo prodotto trova un suo sviluppo rilevante solo in Italia e in Cina.

pasta6

Pasta,si fa presto a dire pasta….

pennucceE si, si fa presto a dire pasta, bisogna vedere di che cosa si parla perchè se un anello di bigiotteria si compra sulle bancarelle mentre quelli di Bulgari si comprano a via Condotti è perchè qualche differenza c'è. Cosi tra una pasta da scaffale e la pasta di quei pastai che producono alla vecchia maniera c'è differenza e pure parecchia…..

La polenta

Quando arriva il freddo arriva la polenta, un piatto tradizionale della cucina italiana. La polenta si presta a molte interpretazioni, se la si accompagna con sughi di carne, di verdure o di funghi,formaggi, legumi,salumi diviene un piatto unico gustoso, da proporre a tavola sempre in modo diverso e appetitoso.

Nel passato ha costituito l'alimento di base della cucina povera dell'italia settentrionale ma anche in Toscana e nelle zone montane di Lazio, Molise, Abruzzo e Marche. Nel passato la polenta era più scura di quella gialla a cui siamo abituati perchè si usavano farro o segale o anche il grano saraceno. Il termine polenta deriva dal latino Puls una specie di polenta di farro (in latino far da cui deriva "farina") che costituiva la base della dieta delle antiche popolazioni italiche.

Con la scoperta dell’America arriva il mais anche in Italia la cui coltivazione si diffuse soprattutto nelle regioni del Nord Italia quale nuovo grano esotico (per questo chiamato turco). Con la farina di mais, la polenta si trasforma in una pietanza gialla dorata, consumata particolarmente dai meno abbienti: il mais costava poco e la polenta riempiva la pancia di tante famiglie ma, essendo un alimento ricco di carboidrati e povero di proteine peraltro di ridotto valore nutritivo, saziava ma non nutriva un granchè.